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La raccolta 2017 secondo Giorgio Franci

Le crepe nel terreno arido segnano un altro anno che è passato. Come le rughe sul volto di un uomo, come gli anelli sul tronco di un albero. Un altro anno, un’altra storia a sé.

Come quella di quest’anno, singolare, irripetuta e, speriamo, irripetibile. Lo sappiamo, non si può correggere, domare, standardizzare, uniformare la natura, si può solo cercare di arginarne la forza dirompente o di assecondarne il corso. Osservarla, pazientare, scegliendo poi il momento giusto per agire, sempre assecondandola e mai cercando di opporvisi, accettandone tacitamente le decisioni.

Negli ultimi anni abbiamo dovuto constatare quanto imprevedibile possa essere il nostro lavoro, legato ad una annualità in costante cambiamento e ad un’entità superiore a ogni nostra volontà o condizionamento: il meteo, sempre più estremo, repentino, istantaneo, determinante sia nel bene che nel male.

Quando il clima si mostra favorevole riesce a regalarci delle stagioni rigogliose, ricche, come quella 2016, durante la quale le piante hanno avuto uno sviluppo regolare, agevolato da condizioni meteorologiche benevole dai mesi primaverili sino alla raccolta.

Nel 2017, al contrario, l’eccellente fioritura è stata fortemente inficiata dai venti caldi di quei giorni, mettendo già in primavera una pesante ipoteca sull’andamento della campagna. Nell’estate la situazione è andata peggiorando, a causa delle alte temperature e della prolungata siccità, fattori che hanno causato un considerevole stress idrico agli alberi.

Arrivati al momento della raccolta, non sapevamo bene cosa avremmo dovuto aspettarci. Eravamo ben consapevoli del fatto che ci sarebbe stato un discreto calo nel quantitativo di olive da frangere, dato che l’allegagione era stata notevolmente compromessa. Ma la domanda a cui ci premeva rispondere era: quanto e, soprattutto, quale olio avremmo trovato nelle olive rimaste?

A campagna ormai giunta al termine, possiamo permetterci di sbilanciarci: le rese abbondanti, fortunatamente, hanno in parte compensato la mancanza di materia prima, permettendoci di lavorare su volumi discreti, seppur nettamente inferiori alla nostra norma.

Ma la minore quantità, anche questo è risaputo, non necessariamente comporta una flessione nella qualità.

I frutti sono arrivati a maturazione belli e sani, soprattutto grazie all’assenza della mosca, la cui popolazione, totalmente annientata dalle altissime temperature, dovrà ricostituirsi completamente il prossimo anno.

Bisogna tenere conto del fatto che la produzione si è rivelata essere non molto omogenea, conseguenza del differente stadio di fioritura in cui si trovava la pianta nel momento in cui soffiava il vento caldo, dunque quest’anno più che mai ogni albero, ogni frutto era diverso dall’altro, unico. In un quadro così singolare, in circostanze così particolari, le cultivar si sono espresse in modo vario, a seconda delle condizioni di partenza che hanno incontrato nel loro specifico areale. L’Olivastra Seggianese sembra aver avuto una resa migliore rispetto alle altre varietà, molto probabilmente perché, trovandosi a ridosso del Monte Amiata, ha risentito del caldo in misura minore, godendo inoltre di temperature notturne più fresche e di qualche temporale estivo.

Ogni anno, in fin dei conti, ci troviamo di fronte a olive nuove, “vergini”, che non saranno mai uguali a nessun’altra delle olive che è entrata o che entrerà nella tramoggia. D’altronde, proprio come nel caso del vino, per cui spesso si alternano annate eccezionali ad altre dal profilo meno elegante e che non si prestano bene all’invecchiamento, così anche l’olio vive le stesse dinamiche, da prodotto dell’agricoltura quale è. Ed essere “produttori” significa anche, e soprattutto, creare la propria storia giorno per giorno, costruire il proprio bagaglio di esperienze, cercando di valorizzare la materia prima, raccolta dopo raccolta, attraversando le annate e recependone le caratteristiche con conoscenze e tecniche in costante miglioramento. Tutti mestieri imprescindibili l’uno dall’altro, ed una sola missione: il riconoscimento e la valorizzazione della reciproca eccellenza, quella del prodotto e quella del territorio che ce lo ha regalato.